Perché investire nella strategia di prodotto

La scorsa settimana ho parlato di visione strategica, di cosa sia e quanto sia rilevante per l’allineamento di tutte le iniziative in azienda rifacendomi al framework della Core Strategic Vision.
Oggi voglio invece approfondire un elemento su cui la visione strategica aziendale ha un impatto determinante: la strategia di prodotto.
Su questo argomento ci viene in aiuto Roman Pichler con i suggerimenti contenuti nel volume “Strategize” pubblicato nel 2016.

Visione e strategia di prodotto

Cosa indica il termine “strategia”?
Un piano d’azione per raggiungere un obiettivo a lungo termine.
Pianificare il successo di un prodotto comporta secondo l’autore due aspetti:

  1. trovare la giusta strategia di prodotto
  2. decidere come implementarla.

Nel primo ambito i due elementi chiave sono la visione e la strategia di prodotto; in fase di esecuzione la product roadmap e il product backlog (di cui abbiamo parlato qui).

La visione è la ragione ultima per creare il prodotto e deve essere coerente con la Core Strategic Vision dell’azienda. Descrive il cambiamento positivo che il prodotto porta e risponde alla domanda “perché questo prodotto esiste?”.

La strategia di prodotto descrive come l’obiettivo a lungo termine è raggiunto: include la value proposition del prodotto, il posizionamento di mercato, le principali caratteristiche e gli obiettivi di business. Indica insomma come la vision viene realizzata.

La product roadmap mostra come la strategia di prodotto viene eseguita definendo le principali release con specifica di date, obiettivi e funzionalità.
Infine il backlog contiene tutti i dettagli necessari per sviluppare il prodotto come indicato dalla roadmap con epiche, user stories e altri requisiti.

Se volete qualche dettaglio operativo su come derivare il backlog di prodotto dalla product vision vi consiglio di utilizzare la vision board.

Gli elementi della strategia di prodotto

La strategia di prodotto guarda alla “big picture”, non ai dettagli.
Il piano di alto livello che aiuta a realizzare l’obiettivo finale deve spiegare a chi è destinato il prodotto è perché le persone vogliono acquistarlo e utilizzarlo; che cos’è il prodotto e in che cosa è differente dagli altri; quali sono gli obiettivi di business e perché per l’azienda ha senso investire in esso.

Gli elementi della strategia di prodotto sono quindi 3:

  1. il mercato e i suoi bisogni
  2. gli obiettivi di business
  3. le funzionalità chiave e gli aspetti differenzianti.

Il mercato descrive il target e gli utilizzatori del prodotto, le persone che hanno maggiore probabilità di acquistarlo e usarlo; i bisogni comprendono i problemi che il prodotto risolve o il principale beneficio che produce.
Abbiamo parlato a lungo di questi aspetti in relazione alle Personas se ricordate.

Il business goal definisce come il prodotto genererà valore per l’azienda. Anche su questo aspetto ci siamo già soffermati in passato parlando di come possiamo definire più dettagliatamente il valore.
Nella maggior parte di casi si parla di generare ricavi, ma un prodotto potrebbe produrre valore anche supportando la vendita di altri prodotti o servizi, riducendo i costi o facendo aumentare il valore del marchio. A seconda dell’obiettivo sceglieremo il corretto KPI per misurare il valore generato dal prodotto.

Le key features sono quegli aspetti del prodotto cruciali nel creare valore per i clienti e gli utilizzatori, le funzionalità che lo fanno scegliere dal pubblico al posto delle altre alternative di mercato.

La product strategy può cambiare?

Proviamo a contestualizzare quanto detto sinora.
Abbiamo detto che la vision è la ragione ultima per creare il prodotto e descrive il cambiamento in positivo che il prodotto vuole generare.
Pichler fa l’esempio di una app che aiuti le persone a diventare consapevoli di cosa, quando e quanto mangiano.

La vision in questo caso può consistere nell’aiutare le persone a fare una vita più salutare; la strategia è creare una app che monitori l’assunzione di cibo tramite alcuni device quali uno smartwatch, una banda fitness e una bilancia smart.

Intanto notate come una visione di questo tipo – aiutare le persone a fare una vita più salutare – abbia maggior potere di ispirare rispetto al semplice obiettivo di “perdere peso” (una visione efficace deve essere grande!).
L’altro aspetto fondamentale è questo: la vision non cambia nel tempo, ma la product strategy può cambiare.

Tornando all’esempio di prima se la app non si rivela lo strumento giusto per aiutare le persone a fare una vita più salutare si possono provare altre strade per raggiungere l’obiettivo: scrivere un libro, creare una community di influencer, ecc.

Quando la vision manca…

Abbiamo più volte ribadito che la strategia di business deve dirigere quella di prodotto e che la company vision influenza la visione del prodotto.
L’autore di “Strategize” è proprio diretto quando scrive:

“Se il tuo business non ha una strategia generale o se non ne sei consapevole, rimanda la formulazione di una strategia di prodotto fino a quando la business strategy non è disponibile.
A meno che tu lavori per una start-up, in qual caso il business e la strategia di prodotto è molto probabile che siano identici”.

L’autore ci suggerisce anche un possibile espediente quando si verifica una situazione di questo tipo. L’idea è di mettere insieme i principali stakeholder, fare formulare loro prima individualmente la vision del prodotto e poi condividerla nel gruppo.
Si tratta di un esercizio molto potente che consente di guardare cosa hanno in comune le visioni di ciascuno e di creare una strategia di ampio respiro, condivisa e di ispirazione.

Sono più chiari adesso i benefici di una strategia di prodotto?
La finalità è massimizzare le chance di successo del prodotto stesso.

La strategia è il nodo chiave tra la visione in alto e l’esecuzione in basso: indica la direzione a cui puntare in linea con la vision aziendale più generale e allo stesso tempo indirizza il processo di discovery permettendo di scoprire i giusti dettagli di prodotto.
E poi, cari Product Owner, deve ispirare voi e le persone che lavorano con voi!
Deve avere la capacità di coinvolgere e farvi venire la voglia di rimboccarvi le maniche.
Un po’ come dice Pichler che va dritto al punto ed è sempre per me di grande ispirazione :

“Life is too short to work on products
you don’t believe in”.


Backlog declutter 2: come mettere ordine tra le user stories

Come scegliere i requisiti da tenere seguendo il criterio della felicità… dei clienti!

Questa è la seconda parte di un post dedicato al declutter del backlog.
Qui, se ve la siete persa, trovate la prima parte.

Ci siamo lasciati parlando di user stories che hanno campeggiato troppo a lungo nel product backlog senza mai essere state portate in priorità. 
Vediamo quali altri casi sono buoni candidati per l’eliminazione.

Le user stories che ho nel mio backlog  hanno individuato un soggetto reale?
Stiamo parlando di persone o di moduli?
Si tratta di un’attività di valore?
Abbiamo individuato un reale bisogno o solo una soluzione tecnica?
Queste storie sono ottimi spunti per fare pulizia.
E poi la coerenza con la strategia generale. Potremmo avere in realtà degli item così vecchi che sono ormai superati perché le strategie aziendali hanno preso una direzione differente.

Sono tutte considerazioni che possiamo fare.
Non temete di eliminare troppo, non rimarrete mai senza nulla…
Se invece vi sentite sopraffati dall’impresa non scoraggiatevi. 
C’è sempre chi ha affrontato di peggio, come nel caso di una transizione a LESS in cui si è passati da 508 item a 23 user stories. Qui probabilmente si erano spinti un po’ troppo in là con la granularità, però è un buon esempio del fatto che è possibile fare un’operazione significativa di pulizia. 
Come? Seguendo gli step che stiamo percorrendo noi… hanno fatto un lavoro colleggiale, hanno stampato tutti gli item e li hanno classificati, che è esattamente il passo successivo.

Adesso con tutte le card davanti a noi concentriamoci su quali criteri utilizzare nel processo di eliminazione.

Categorizzare le user stories

Per fare ordine dopo la fase dell’eliminazione si passa al categorizzare. 
Riordinare per categoria è un altro principio cardine nella gestione del clutter fisico. 
Non si riordina stanza per stanza ma categoria per categoria: vestiti, libri carte, ricordi.
Andremo a individuare delle categorie e a classificare gli item uno alla volta. 
Ognuno di voi dovrà trovare il criterio che meglio si adatta al proprio caso. 

Ecco qualche idea: categorizzate per epiche, step dello user journey, impatti, stakeholder o obiettivi di business. Potete focalizzarvi sul contenuto, sul valore, sugli interlocutori e molto altro. 
Il mio consiglio fondamentalmente è di provare varie classificazioni e vedere quella che meglio si adatta al vostro caso. Personalmente ho iniziato utilizzando gli step del processo poi mi sono resa conto che non era esattamente ciò di cui avevo bisogno, era troppo vincolante mentre mi sono trovata molto meglio con quelli focalizzate sulla parte dei contenuti.

Mettere a confronto

Una volta che siete riusciti a categorizzare le vostre storie dovete fare un lavoro all’interno di ognuna di queste categorie e procedere per confronti.
In sostanza avete definito dei sotto raggruppamenti nel backlog e in ognuno di questi fate un lavoro di prioritizzazione.
Potreste scoprire anche in questa fase che qualcosa può essere ancora eliminato. Ad esempio se provassimo a vedere ognuna di queste categorie attraverso il principio di Pareto qual è il 20% delle user stories che producono 80% del valore?
Quali sono dei must? Quali should o could?
Siamo in grado di individuare i must-have per gli utenti e quelle storie che invece possono fare la differenza ed essere dei delighters?
Trovate il focus!
Provate a riconsiderare ognuna di queste categorie sulla base di varie tecniche di prioritizzazione. Più una… che ho tenuto a parte.

La felicità come criterio di scelta

Questa è un’idea mutuata proprio dal declutter: non dovremmo scegliere che cosa buttare bensì scegliere cosa tenere. E il criterio in questo caso è conservare solo ciò che ci rende felici, che ci fa sentire bene, che ci risuona emotivamente.
Non voglio prendere una deriva new-age fricchettona, dico solo che questa idea può essere trasposta nella gestione del backlog.
Quanta felicità una determinata storia porta ai nostri utenti?
In una scala di felicità siamo sicuri che l’ordinamento che ci siamo dati sia quello corretto? Riesco a produrre un impatto significativo nei miei utenti?

Continuare a prendersi cura

Bene una volta che abbiamo fatto questo repulisti, abbiamo organizzato i nostri item per categorie e abbiamo dato anche un ordine di priorità guardiamo con un occhio più attento ogni singolo elemento che abbiamo conservato.

Dobbiamo verificare che sia tutto effettivamente in ordine. Andare a vedere se ognuno di questi item che abbiamo conservato è completo, ha la struttura corretta, se abbiamo individuato realmente chi sono gli interlocutori e quali sono i loro bisogni.
E capire se sono coerenti con lo scenario attuale.

Una delle cose che si possono fare è focalizzarsi sulla prossima release di prodotto e cercare di associare al backlog una roadmap di prodotto per gli sviluppi più avanti nel tempo. 
Anche qui facciamoci delle domande per verificare che effettivamente quello che abbiamo conservato sia in buono stato: abbiamo tenuto conto di tutti gli interlocutori?
Abbiamo individuato bisogni espliciti ed impliciti?
Tutto questo è coerente con la strategia più generale?

Dopodichè non ci resta che…

Evitare le ricadute

Bisogna evitare di tornare nella situazione dalla quale siamo partiti. Come possiamo farlo? Dobbiamo avere attenzione nei confronti di ciò che a questo punto entra all’interno del backlog. E qui possiamo cogliere diversi spunti.
Diamoci una finestra temporale. In un armadio teniamo i vestiti per la stagione in corso, perché non nel backlog?
Facciamo in modo che il nostro backlog sia focalizzato sui prossimi tre mesi massimo sei mesi magari.

Utilizziamo un criterio che definisca esattamente che cosa è pronto per il backlog e tutto quello che non lo è può essere inserito in una sorta di waiting box / may be box (un contenitore dove inseriamo tutta una serie di buone idee da cui potremmo andare a pescare successivamente).

Teniamo sott’occhio la ratio delle cose che entrano ed escono oppure diamo un limite esplicito al nostro backlog. Alcuni ad esempio si impongono una certa soglia oltre la quale non andare proprio perché appunto la visione complessiva del backlog si sfilaccia.

Vedere l’ordine

Un altro suggerimento che potrebbe esservi d’aiuto nel mantenere l’ordine è tenere sotto controllo il backlog utilizzando diverse modalità di visualizzazione.

Chi ha letto il libro di Marie Kondo sa che uno dei consigli più preziosi e totalmente controintuitivi è disporre gli indumenti nei cassetti in un modo diverso che uno sopra l’altro bensì in verticale.


Questa idea mi ha fatto riflettere e mi sono resa conto che a volte siamo troppo condizionati dalla strumento che utilizziamo per gestire il backlog.
Proviamo ad andare oltre jira e tool simili che mostrano il backlog come una lunga lista di item.
Vi invito a sperimentare modalità alternative che tengano conto non solo della quantità ma anche del contenuto del backlog.

Non voglio sapere semplicemente quanti item ho ma vorrei capire anche meglio come sono distribuiti sui vari contenuti.
Ricordate le categorie di cui abbiamo parlato prima? Voglio capire che tipo di gerarchia esiste tra i vari elementi, voglio avere più visibilità delle connessioni, voglio vedere la granularità. 

Qui le possibilità sono svariate: dal classico backlog analogico su parete, alla modalità story mapping, mappe mentali e mappe ad albero.
In questa presentazione potete vedere i vari spunti che ho solo raccolto alcuni spunti ma sono curiosa di capire se voi ne vedete altri o ne avete magari già utilizzato alcuni che ritenete particolarmente efficaci.

Backlog declutter 1: da dove partire per riordinare

Come i Product Owner possono mettere ordine nei requisiti mediante l’utilizzo del metodo KonMari 

Backlog e declutter, un binomio curioso.
Questo post è la trascrizione di un mio intervento allo IAD 2016. Datato sì, ma sempre attuale; soprattutto di questi tempi in cui abbiamo tanto tempo per fare ordine …
Il topic è nato combinando 2 interessi diversi: uno per la product ownership e l’altro per la lettura. 
Sono una lettrice compulsiva e qualche anno fa mi sono imbattuta in un libro curioso – “Il magico potere del riordino” di Marie Kondo – mentre ero alla ricerca di strumenti che semplificassero la mia vita e mi facessero sentire più leggera. 
Ma cosa diavolo c’entra un volume che ti insegna a fare ordine in casa con la gestione del product backlog? C’entra c’entra, più di quel che pensate…

Struttura del backlog

Partiamo dal backlog: è quell’artefatto che raccoglie tutti i requisiti di prodotto ordinati secondo priorità.
Diamo ora un’occhiata alla sua struttura.

Come vedete nell’immagine la granularità delle user stories è più elevata in alto (sono quelle prossime alla lavorazione) e minore mano a mano che si procede verso il basso e quindi si va più avanti nel tempo.
Altra caratteristica di questa rappresentazione è che si tratta di un elenco contenuto.
Non è tutto il possibile e l’immaginabile che riguarda il prodotto, è una selezione di ciò che produce valore per gli utilizzatori (non si tratta di una lista della spesa!). 

Com’è fatto il backlog ideale

Le caratteristiche di un backlog “da manuale” sono queste: 

  • essere dettagliato correttamente (rispettare la granularità decrescente che abbiamo visto prima)
  • avere user stories stimate al proprio interno
  • essere aperto ad accogliere nuove idee e stimoli (mantenere la caratteristica di artefatto vivente)
  • rispettare le priorità

Ma nella pratica quanti di voi hanno un backlog così ordinato?
Il vostro backlog ha davvero queste caratteristiche?
E’ possibile farsi un’idea del suo contenuto in 3 minuti?

La domanda non è peregrina… tempo fa è arrivato in azienda un nuovo manager nella funzione IT. E’ andato a conoscere i vari team e ha fatto ai PO una domanda molto semplice: “se do un’occhiata al vostro backlog sono in grado di farmi un’idea al volo dei progetti su cui state lavorando e lavorerete nel prossimo futuro?” 
La domanda di per sé è semplice, ma la risposta? 
Tutti i nostri backlog sono accessibili e possono essere consultati da chiunque in azienda, ma sono davvero comprensibili? Chi li vede per la prima volta può farsi un’idea al volo? 

Il mio backlog è esploso… e adesso?

Spesso non è così e sono tanti i motivi per cui un backlog può sfuggire al controllo.
Ma non preoccupatevi; la buona notizia è che possiamo intervenire in qualsiasi momento e riprendere le redini della situazione.
A venirmi in soccorso è stato proprio il caso letterario di questa autrice giapponese che si definisce una consulente domestica e ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.
Ho provato ad applicare alcuni consigli e tecniche mutuati dalla gestione degli spazi fisici al mio backlog e ne ho tratto grandi benefici.

Il clutter nel backlog

Il clutter è disordine, confusione, tutto ciò che non serve ma si trova nel nostro ambiente.
C’è anche chi lo definisce come “decisioni rimandate”.
Fare declutter significa portare ordine, liberarsi di oggetti vecchi ed ingombranti e portare alla luce ciò che è realmente di valore per noi.
Penso che a questo punto vi sia chiaro il perché leggendo il libro mi si sia accesa una lampadina…
Non è esattamente il lavoro di un PO questo? Comprendere e selezionare cosa valorizza veramente un prodotto.

Fare un assessment del backlog

Come in ogni operazione di riordino che si rispetti si parte da una valutazione dello stato attuale. Dobbiamo prendere consapevolezza.
Il primo invito che vi faccio è condurre un’analisi del vostro backlog.
Proviamo ad analizzarlo rispetto a passato, presente e futuro.

Cosa è entrato in passato nel backlog e cosa ha senso che rimanga in questo preciso momento? 
Quanto è opportuno che guardi in là il mio backlog? 

Cominciate a fare una valutazione oggettiva del vostro backlog: quanti item contiene al suo interno? 30? 50? 100?
Ovviamente il numero può dipendere da tanti fattori – il prodotto che seguite, la dimensione dell’azienda, l’organizzazione della stessa – ma tenete presente che oltre una certa soglia si verificano in ogni caso dei problemi.
Un esempio? Un backlog con un centinaio di item e un team che ne lavora 5/6 ad ogni iterazione si traduce in un’attività che cuba quasi un anno.
Siamo così certi che nulla cambi nel frattempo?

Backlog di grandi dimensioni: inconvenienti

Uno dei primi effetti collaterali è che il backlog perde la caratteristica di essere emergente. 
Quando la dimensione va oltre una certa soglia si verificano comunque delle disfunzioni: è difficile avere una visione globale e unitaria di tutto ciò che è presente al suo interno.
Si crea un effetto buco nero, ovvero più caos c’è e più tende a entrarne perché si è superata la soglia di contenimento.
L’altro grosso problema è che essendo già pieno difficilmente lascia spazio all’innovazione.

Abbiamo valutato lo stato di salute del nostro backlog, vediamo ora come le pratiche di declutter possono aiutarci a risolvere il problema.
Incredibile come i consigli per il riordino degli armadi offrano supporto ai PO “congestionati”.

Pianificare il riordino 

Uno dei primi suggerimenti è che dovete pianificare questo tipo di attività.
Non pensate di fare il riordino del backlog piano piano e poco per volta perché questo approccio non porta dei risultati tangibili (parlo ahimè per esperienza). 

E’ un’operazione time-boxed a tutti gli effetti quindi dovete darvi una scadenza né troppo stringente né troppo lasca.
Dovete pianificare dei momenti di questo tipo per poterlo fare effettivamente, metteteli in agenda, se potete coinvolgete anche il team.
Evitate un’attività a spizzichi e bocconi perché questo non porta a un reale cambiamento. Facendo ordine in modo radicale cambiate la vostra forma mentis e la struttura del vostro backlog.

Visualizzare il caos

Un altro consiglio è che tutto deve essere visibile.
Questo è un principio che dovremmo già conoscere perché è affine alle metodologie agili. 

Quando questa operazione viene fatta in casa si parte dai vestiti.
Tutti vengono tirati fuori dagli armadi e posti su letto in modo da poter vedere la montagna che si crea. Stessa cosa per le librerie; tutti i libri sul pavimento. 

Ci dobbiamo confrontare con il caos, dobbiamo “sporcarci le mani”. 
Fate in modo che gli item del backlog siano stampati su un supporto fisico.
Dovete poter giocare con le carte, valutare effettivamente quante sono e vederle dispiegate davanti a voi perché in un secondo momento dovranno essere organizzate. 

Quando mi sono trovata di fronte a 300 card e oltre ho capito di avere un problema…

Eliminare prima di riordinare

Da dove si parte? Prima viene il buttare!
Il riordino è un’operazione solo successiva. 

Questo è il momento in cui interveniamo sulla dimensione del backlog e il numero di item al suo interno per riportarli sotto controllo.
Qui vi stupirete di quanto si possono snellire i backlog.

Da cosa partiamo? Esistono indubbiamente in tutti i nostri backlog una serie di elementi che possono essere tranquillamente cestinati senza timore.
Vi porto qualche esempio… vi può capitare di trovare di tutto: item che nel frattempo sono chiusi perché sono stati lavorati insieme ad altri, attività che sono rimaste nel backlog ma che in realtà sono state portate a termine, duplicati, user stories che rimangono lì per mesi e mesi… si tratta evidentemente di item che hanno un valore inferiore rispetto tutto quello che viene lavorato quindi questo ci dà un’indicazione importante.
Il tempo di permanenza nel backlog è un criterio che dobbiamo sempre tenere presente.
E’ come un vestito che non viene più messo da anni, oltre una certa soglia si può buttare buttare senza pensieri.

Ma quali criteri adottare per fare questa radicale operazione di eliminazione?
Lo vediamo nella seconda parte di questo post!